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IL PRINCIPE DEL CORO

13.08.2013

RIPORTIAMO TUTTO IL TESTO DELL'ARTICOLO USCITO SUL CORRIERE DELLA SERA DEL 12 AGOSTO 2013

 
 
Il suo nome è Martinho Lutero, la sua missione far cantare tutti, dagli extracomunitari agli anziani. «Così do voce alle melodie perdute»
 

Il suo nome, Martinho Lutero, è uno quelli difficili da portare, che evoca riforme e scomuniche. Ma a Milano quel nome, che per esteso fa Martinho Lutero Galati de Oliveira, è prima di tutto sinonimo di musica cantata, di cori (non convenzionali) che si esibiscono alternando composizioni classiche a canzoni sudamericane, messe africane a inediti e ritrovati.

Una vocazione, la sua, una «febbre del coro», che affonda le radici nell’infanzia e nella giovinezza – figlio di un pastore protestante, inizia gli studi musicali nel suo Paese, il Brasile, a quattro anni, laureandosi in direzione di coro e orchestra a Buenos Aires e specializzandosi in Ungheria, Francia, Svizzera – e che lo ha portato oggi, che di anni ne ha 59, a guidare quattro cori cittadini, il primo (anagraficamente) dei quali, Cantosospeso, si esibirà il prossimo 29 agosto all’Auditorium di Milano a fianco dell’Orchestra Verdi in un concerto con il gruppo degli Inti-Illimani.

«Amo il coro da sempre perché possiede una forte carica umana che permette di vivere la musica in stretto contatto con la vita», racconta. «Nell’orchestra ogni strumentista suona la sua parte senza preoccuparsi troppo dell’effetto finale, affidato al direttore. Nel coro, invece, la partecipazione di ogni elemento è diretta e rende l’esecuzione più stimolante, per chi dirige e per chi canta. In più, è un meraviglioso laboratorio sociale che favorisce la crescita personale prima ancora che musicale».

Tutto inizia nella seconda metà degli anni Ottanta, quando Martinho Lutero arriva in Italia per studiare composizione con Luigi Nono. Da principio pensa di vivere a Venezia, vicino al suo insegnante, poi si rende conto che per dare corpo ai progetti che ha in mente la città giusta è Milano. «Fu lo stesso Nono a spingermi a venire qui. A quel tempo a Milano c’era la Ricordi un’istituzione, e il clima che si respirava era di fermento e creatività. Tant’è che mi hanno subito spinto a creare un gruppo vocale che interpretasse musica di tutto il mondo, cosa che allora non esisteva».

Per colmare quel buco, Martinho Lutero fonda nel 1987 Cantosospeso – che ora dà il nome all’Associazione Culturale (www.cantosospeso.it) che si occupa di «diffondere la pratica corale come esercizio di convivenza sociale» ed è sempre alla ricerca di voci nuove, soprattutto maschili –  un coro che ispirandosi all’omonima composizione di Nono si ispira anche ai suoi principi musicali, estetici e filosofici. «All’inizio l’obiettivo era dare voce a quei canti meno noti travolti della cultura occidentale. Poi abbiamo allargato il concetto identificando in “canti sospesi” sia partiture e compositori che nessuno esegue sia musiche più famose proposte però in maniera diversa, come il “Messiah” di Händel eseguito accostando le note alle immagini dei film di Pasolini». Accanto a Cantosospeso, sono poi nati i cori Fa’ balà la vus, composto da extracomunitari, «un grande laboratorio per chi vuole cominciare a cantare», l'Ensemble Prometeo, «che si occupa di musica contemporanea e rinascimentale», il Didone, l’ultimo nato, «formazione solo femminile che propone brani mai o raramente eseguiti (come la “Messe des pêcheurs» di Fauré presentata in prima a Milano) e musiche di giovani autori composte apposta». E infine Terza Maggiore, un coro della terza età «creato vent’anni fa non con scopo terapeutico, ma artistico. Non volevamo un parcheggio dove mettere l’anziano, ma offrirgli un’alternativa creativa, per stimolarlo e permettergli di sviluppare un’attitudine musicale che magari non era mai riuscito ad assecondare pienamente. Di recente abbiamo montato “La pazzia senile” di Adriano Banchieri, affiancandola a immagini dei film di Fellini».

Sì, perché per Martinho Lutero l’obiettivo artistico è fondamentale. «Gruppi di raduno sociale ce ne sono tanti. Ma lavorare in un coro, tutti insieme, è un’esperienza che avvicina a Dio e smuove nel profondo. Per farlo ci vuole disciplina e trasparenza, perché le persone devono sapere qual è l’obiettivo, come si intende raggiungerlo e quanto tempo sarà necessario». E lui, lo ha dimostrato, sa come fare: con serietà, impegno e autorevolezza. Proprio come in fondo suggerisce il suo nome. «È stata dura portarselo sulle spalle», confessa. «In Brasile, dove è più diffuso, chiamarsi così non è un problema, ma fuori da lì è difficile. Difficile, ma stimolante».

Lorenzo Viganò

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